Il librivendolo (solo jazz)

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La balena utopica del jazz italiano

La casa editrice MobyDick: un catalogo di parole in jazz

 La faentina casa editrice MobyDick, in anni di paziente lavoro, si è ritagliata un ruolo di primo piano nell'editoria italiana. Una sua particolarità è quella di aver sempre tentato di inserire nel proprio catalogo titoli di sapore musicale e spesso jazzistico. Questo fattore che definirei blue note è sicuramente dovuto alla figura eclettica di Guido Leotta, scrittore ed editore ma anche sassofonista e flautista jazz, membro del gruppo Faxtet: un vero ponte umano tra la parola e la musica. Dopo aver contribuito al successo di autori intrinsecamente "musicali" come Lucarelli e Rigosi, con la collana di audiolibri Carta da Musica, Moby Dick ha proseguito in maniera sistematica questo lavoro tra scrittura in prosa, recitazione e musica dal vivo.  Essendo anche MobyDick la casa editrice del mio libro Magazzino Jazz, (SE SIETE INTERESSATI, POTETE LEGGERNE QUI ALCUNE PILLOLE) denuncio subito la mia presa di posizione di parte, e per non esagerare in commistioni e conflitti d'interessi, vorrei invece raccontare come è nato il mio rapporto con i faentini. Avevo acquistato la raccolta di racconti A Duke Ellington non piaceva Hitchcock, un gruppo di surreali ritratti dedicati ai grandi del jazz dallo scrittore e critico Aldo Gianolio. Non solo il testo era di straordinaria qualità (e difatti ha riscosso un sacrosanto successo internazionale), ma anche la veste editoriale rendeva prezioso il volume. L'innamoramento è proseguito con gli audiolibri; tra i miei preferiti cito: Blue notebook di Willem M. Roggeman,  una raccolta di poesie jazz con musiche originali eseguite dai Faxtet e voci di Roggeman e Giovanni Nadiani e Allucinéscion, un racconto nel mood di Chet Baker, dove il Faxtet lavora con Gianpiero Rigosi ai testi e l'attore Ferruccio Filipazzi. L'ultima fatica, Terminal (blues del broker fallito) di Giovanni Nadiani vede i cantilenanti recitativi in dialetto romagnolo e partenopeo costruitre un dialogo a due voci (insieme a Nadiani abbiamo Michele Zizzari) e un impasto musicale del Faxtet che mescola dolenti note blues, momenti di pura ironia e una scoperta critica agli effeti del neoliberismo imperante. BRAVI!  

Il mio consiglio -se siete curiosi di jazz e parole- è comunque quello di sfogliare il catalogo di MobyDick, andando alla ricerca di gemme preziose direttamente sul loro sito: MOBYDICK

 

 

Le sliding doors jazz di Murakami

Murakami Haruki A sud del confine, a ovest del sole
2013, Supercoralli Einaudi

E' un ragazzino solitario, Hajime, almeno fino a quando stringe la mano della sua compagna di scuola Shimamoto e scopre con lei l'amore e il jazz (con Nat King Cole, omaggiato anche nel titolo del romanzo). Poi i due si perdono di vista e Hajime si costruisce una vita confortevole -ma vuota- nel Giappone del boom economico e del culto per la musica nera americana, aprendo infine un jazz club.Però il jazz non lo ascolta più, si tratta di lavoro ormai e non produce le emozioni di un tempo. Chiede solo e sempre un unico pezzo al pianista del suo club. The star crossed Lovers, un grandiso brano di Duke Ellington che descrive in musica l'amore sfortunato tra Romeo e Giulietta.  Forse una metafora della vita di Hajime  e forse una sliding door che si sta per aprire sulla sua vita futura. Grazie a Murakami questa dolcissima musica del Duca, entrando in un grande romanzo d'amore e di rimpianto, viene nobilitata come merita. Ad un certo punto del ibro Hajime, spiegandola, ne propone addirittura una dotta e precisa recensione. Murakami propone una scrittura piana, che fugge quasi silenziosa. In musica questo libro sarebbe una lunga e lenta ballad...

Il verbo di Trane

Chris DeVito, Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste, a cura di Francesco Martinelli Torino, EDT/Siena jazz, 2012

 

Il musicologo e critico americano Chris De Vito ha raccolto in questo libro tutte le interviste e le conversazioni rilasciate da Coltrane, ordinate in una corretta progressione cronologica e precedute da un introduzione storico-critica.

Il lavoro si pregia inoltre della traduzione di un importante studioso di jazz italiano, Francesco Martinelli. Se non conoscete bene il mondo musicale di Coltrane questo testo non vi servirà in prima battuta, ma se invece appartenete alla schiera dei coltraneiani di ferro questa pubblicazione sarà forse già presente nella vostra biblioteca, al posto d’onore.

Fino ad oggi Coltrane ci era sempre stato spiegato da altri: ricordiamo le due biografie di Lewis Porter e di Eric Nisenson, la monografia tascabile di Roberto Valentino, il trattato monografico di Ashley Kahn su A Love Supreme, il saggio critico e musicologico di Marcello Piras, quello poetico di Vittorio Giacopini, la vita raccontata insieme al contesto storico del libro non più ristampato di Dino Fabiani, la graphic novel di Paolo Parisi e la favola per i più piccini elaborata da Piumini e Comini. A questo elenco mancherà sicuramente qualche volume, non me ne voglia nessuno; il punto principale che vorrei mettere in luce risiede nel cambiamento di prospettiva introdotto dal libro di De Vito: per la prima volta sentiamo la voce di Coltrane dispiegarsi in un percorso che copre tutta la sua carriera, dai primi incerti passi, fino alle interviste con importanti critici europei o alle conferenze stampe in Giappone. Molto di questo materiale era già edito e noto a vario titolo anche in Italia, provenendo da altri libri, nastri registrati, note di copertina dei dischi, etc…Quello che rende il volume indispensabile è leggerlo come un bildungsroman, un romanzo di formazione che racconta della crescita creativa di Trane. Il carisma della figura di Coltrane deriva in gran parte dalla sua dedizione alla ricerca, un percorso che il nostro ha svolto per tutta la sua breve vita, contro tutti: colleghi musicisti, critici, ascoltatori, talvolta gli amici; ma anche -e soprattutto- facendo i conti con se stesso.  

Fuori formato: due notevoli libri jazz per chiudere il 2012

                      

Fuori formato

puglia in jazz di Gianni Cataldi, Caratterimbili, Bari 2012.

1000 DISCHI PER UN SECOLO. 1900,2000. di Enrico Merlin, Milano, Il Saggiatore, 2012.

La seconda metà del 2012 si chiude con due volumi big size, dove il jazz la fa da padrona o vi svolge comunque un ruolo di primo piano. Fuori formato è un titolo che omaggia le dimensioni e il coraggio delle case editrici che hanno voluto documentare con libri preziosi, da collezione, la passione di due importanti osservatori italiani del panorama musicale internazionale. In entrambi i casi si tratta di lavori assolutamente soggettivi: la scelta degli scatti e delle inquadrature e quella di un disco o di un sottogenere sono frutto di arte, di scienza e infine di gusto personale.

Thelonious Monk Il cappellaio matto del jazz

 

Biografia di Monk, cappellaio matto del pianoforte jazz

Robin D. G. Kelley, Thelonious Monk. Storia di un genio americano, Minimum Fax, 2012.

Dovette lottare per tutta la vita con i pregiudizi che giravano sul suo conto. Nelle interviste non si stancò mai di ripetere che normalmente arrivava puntuale ai concerti e che spesso erano i manager a non essere affidabili. Non si stancò mai di proporre la sua idea della musica e di litigare per difenderla (e anche di rischiare la rissa con quel “cattivaccio” di Miles Davis, col quale ebbe burrascosi episodi di incomprensione). Non si stancò di proporre le sue armonie particolari, di inserire accordi dissonanti, di proporre temi con un numero di battute diverso dalle 32 canoniche di Tin pan Alley, di utilizzare i silenzi, di esprimersi con un stile pianistico eterodosso. Non si stancò mai di formare nuovi musicisti e di suonare insieme moderno e stride, come i maestri degli anni Venti. Non si stancò mai di difendersi dalla malattia: quella vera data dalla sua natura, quella indotta dall’uso di sostanze e medicinali e quella esterna dei pregiudizi. Una montagna di Monk diversi e spesso sbagliati, senza attinenza col personaggio vero, con l’uomo Monk, al quale Kelley, dopo dieci anni di lavoro, contrappone una montagna altrettanto alta, ma questa volta costituita di fatti documentati con scrupolo. Fatti che raccontano, se non la verità ultima, almeno una storia profondamente diversa.

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